LIVORNO CREDENTE  
 
  Zitti tutti: parla il "liturgista" 19/11/2017 12:03 (UTC)
   
 

Questa pagina ha un carattere piuttosto polemico, se il lettore non vuol rimanere turbato, vada oltre; se qualcuno si offenderà gli chiederemo scusa e invocheremo il perdono di Dio, a volte però tacere è impossibile oltre a non essere misericordioso...

di Andreas Hofer
Commento interpolato ad un articolo di ToscanaOggi

Sconcertati dal Motu Proprio e spaventati perché messi di fronte alla propria ignoranza, plottoni e plottini vanno in cerca di plottate per disubbidire nei fatti alla volontà del Papa. La cosa più ridicola (se non fosse più che altro tragica) è la diametrale disparità di valutazione ed applicazione delle regole: la classica legge dell’imbuto: da una parte è larga (abusi, estemporaneità, violazione costante di norme canoniche) e dall’altra molto, molto stretta (applicazione cavillare e interpretazione sempre restrittiva anche contra rationem). Ecco un esempio di queste esegesi tratta dal sito di ToscanaOggi, silenzio, parla "il liturgista" (ovviamente i commenti in rosso e tra parentesi sono miei):

 

Il liturgista

Una gestualità molto rigida che il Concilio ha superato

:(già il titolo è stimmatizzante)

di Roberto Gulino
docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale

 

Volendo evidenziare le maggiori differenze tra la ritualità della liturgia eucaristica "ordinaria" (la "nostra" Messa di oggi, chiamata anche "di Paolo VI") e quella che segue la forma extra-ordinaria permessa con il Motu proprio (il rito del 1962, che si rifà a quello "di san Pio V", o "tridentino")

("nostra", quell’altra è dei diversi! L’Autore forse non ha capito che il Papa ha chiarito che il Rito di sempre ha pari dignità e molta più storia, l’autore probabilmente non vi ha mai assistito e, come si vedrà in seguito, non sa quel che dice…) potremmo dire che cambia sostanzialmente la prospettiva di fondo! Dopo il Concilio di Trento, per evitare che ogni sacerdote decidesse per conto suo i gesti da compiere durante la Messa (non esisteva un unico Messale, ma diversi usi in base alle varie tradizioni liturgiche (errore: i gesti secondo i rituali c’erano e il prete non inventava niente; non erano ovunque gli stessi perché codificati in diverse tradizioni preesistenti, tant’è vero che il Rito Ambrosiano e altri sopravvissero e sono sopravvissuti in quanto formalizzati già da almeno duecento anni prima del Concilio di Trento: questa fu la norma ispiratrice della universalizzazione del Rito Romano)) ci fu la necessità di indicare con precisione tutti i movimenti che doveva compiere il ministro durante la celebrazione: come muovere le braccia, le mani, gli occhi, quali gesti assumere per incensare ecc… e questa ritualità era vincolante per una corretta celebrazione. Questo garantiva l’unità per tutta la Chiesa cattolica e l’ortodossia teologica di fronte ai diversi riti delle Chiese protestanti-riformate. (Questa esigenza è oggi più che mai valida visto la protestantizzazione del rito paolino e delle continue trovate ed invenzioni estemporanee dei celebranti; quindi quanto afferma il "liturgista" torna proprio a discapito di quanto vuol dimostrare: oggi il Rito Tridentino è molto più necessario ed attuale che ai tempi del Concilio ultimo scorso).

Questa preoccupazione non era più così urgente dopo il Concilio Vaticano II e potremmo dire che si passò da una "celebrazione obbligatoria" – dove ogni movimento era definito nei particolari – all’"obbligo della celebrazione", dove si sottolineano soprattutto le indicazioni di fondo (e questo non vuol dire lasciar spazio alla creatività personale!)

(pia illusione!) per favorire l’autentica partecipazione di tutti i fedeli alla realtà del mistero celebrato. (Obiettivo centrato talmente in pieno che da quanto la gente partecipa le chiese sono vuote a differenza di quanto avveniva prima…)

Facciamo due esempi:
- nel messale di S. Pio V dopo la consacrazione del pane in Corpo di Cristo il sacerdote è obbligato a non staccare più il pollice dall’indice (tranne chiaramente quando doveva riprendere l’ostia in mano) fino al momento della purificazione dopo la comunione, per evitare che qualche frammento consacrato rimasto casualmente sulle due dita possa cadere a terra; nel messale di Paolo VI non c’è questo obbligo, ma si richiama il sacerdote, ed i fedeli, a controllare l’eventuale presenza di frammenti consacrati.

(…ed infatti oggi il Corpo di Cristo, Presenza Reale è maneggiata con frugalità e disinvoltura tale che i frammenti vanno sacrilegamente ovunque, quando a perdersi, ad esser sottratta o più semplicemente a cadere per terra non è addirittura l’intera particola, cosa tutt’altro che infrequente).
- al momento della dossologia che conclude la preghiera eucaristica, nel nostro messale
(anche se non lo vuole, il Papa ha detto che il Messale del 1962 deve essere -pure quello- suo, ma il "liturgista" questo lo rimuove) il sacerdote prende il calice e la patena ed elevandoli dice: "Per Cristo con Cristo ed in Cristo, a te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli". Tutti rispondono: "Amen". Secondo il messale di S. Pio V deve seguire le seguenti indicazioni : "Scopre il Calice, genuflette, prende l’Ostia tra il pollice e l’indice della mano destra, e tenendo con la sinistra il Calice, traccia tre segni di croce da un labbro all’altro del Calice, dicendo: "Per Lui, e con Lui, e in Lui" (per Ipsum, cum Ipso et in Ipso, non per Eum, cum Eo et in Eo…cioè proprio Lui Stesso in tutta la sua reale Presenza… vedi come è più profondo e appropriato l’uso della lingua latina che qui il "liturgista professionista" non usa o non vuole usare o perché ne capisce la maggior pregnanza o perchè il latino l’ha studiato sul Bignami e lui stesso non percepisce differenza), con l’Ostia traccia due segni di croce tra sé ed il Calice, dicendo: "sia reso a te, o Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo", elevando un po’ il Calice con l’Ostia, dice: "ogni onore e gloria". Ripone l’Ostia, copre il Calice con la Palla, fa una genuflessione, poi si alza e dice a voce alta, oppure canta: "Per tutti i secoli dei secoli. Amen"". (Ogni gesto, soprattutto nel culmine dell'Azione Liturgica, infatti ha un senso profondo; il "liturgista" lo dovrebbe sapere…)

Come si vede nel messale che precede il Concilio Vaticano II

(e che viene usato per tutto il Concilio e pure dopo da tutti finché dopo un autentico tentativo di seguire le vere indicazioni conciliari col Messale ad experimentum del 1965, alcuni liturgisti d’assalto e di dubbia ortodossia per fare presto si sbarazzarono di un patrimonio ricco della millenaria santità per imporre all’orbe cattolico un rito diviso nella lingua, sempre mutevole nei gesti e nei contenuti…mettendo di mezzo il povero Paolo VI che dopo poco dovette riconoscere che il fumo di satana era entrato nella Chiesa) vi è una ritualità molto articolata; basti pensare che durante il rito del 1962 si contano non meno di 50 segni di croce (considerando quelli che il sacerdote fa su di sé, sulle cose e sull’altare), 19 genuflessioni, 9 baci all’altare e 18 preghiere che il sacerdote recita sottovoce per la propria devozione personale; (ah bellissimo! anche il buon Coletti usa quest’argomento: evidente che non sono pratici del Rito di sempre e sono di una supponenza veramente unica: perché quei numeri sono gesti talmente naturali e sentiti come forma di sincera devozione che non costano minimamente alcuna fatica anzi ci ricordano costantemente quello che stiamo a fare in chiesa, non come nel Novus Ordo durante le cui liturgie tutti fanno di tutto con mani e piedi) modalità che era necessaria nel XVI secolo per creare l’unità che mancava e per rispondere alle esigenze di quell’epoca. Oggi, quella stessa ritualità, rischia di scadere nel rubricismo esasperato (già, nell’epoca del creativismo esasperato a fare le cose come si deve si sbaglia…) perdendo di vista la verità della celebrazione e la centralità del mistero pasquale (questa è una consequenzialità logica tutta da dimostrare: il sacerdote che celebra more antiquo ha quei gesti assolutamente naturali ed acquisiti, e la ripetitività metodica di essi ricorda proprio che egli, alter Christus, rinnova ogni volta quel Sacrificio storicamente unico ma salvificamente costante in tutta la storia umana). Ecco perché tale forma, chiamata appunto "extra-ordinaria", viene permessa dal Papa unicamente "dove esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica". (eccoci con l’interpretazione restrittiva: dove il numero dei fedeli sia tot, che tutti abitino nella parrocchia territoriale, indicare via e numero civico, che si sentano in piena comunione col vescovo e che non abbiano in animo divisioni, che non abbiano contratto in infanzia la terza malattia, che conoscano a menadito la terza e quarta declinazione se no non capiscono… e non pretendano tanto eh! "Extra-ordinaria" il latino è chiaro!… una volta ogni tre mesi, se no gli fa male, che si trovino un prete che si studi tutto quel malloppo – confratello che tanto eventualmente noi intimidiamo- e se non c’è ci dispiace rien a faire! e se per caso un eroe ci fosse che si trovino tutto il necessario, se lo paghino, si trovino una chiesetta piccina brutta e sporca, fuori città e che nessuno lo sappia! E ringrazino, che si è tollerato anche troppo! )

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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