LIVORNO CREDENTE  
 
  Dell'Abito Ecclesiastico... 22/09/2017 04:24 (UTC)
   
 



Il Seminarista Rolando Maria Rivi


Abito

di Rino Cammilleri


Nel 1994 la Congregazione per il Clero emanò un «Direttorio» nel quale si poteva leggere: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il presbitero (…) sia riconoscibile».
Se vi interessa il testo completo, lo trovate nel libro di Michele De Santi L’abito ecclesiastico, sua valenza e storia (Edizioni Carismatici Francescani), con una premessa del card. Castrillon Hoyos e una postfazione di Franco Cardini. Certo, l’argomento è scabroso, perché oggi i preti tendono a vestire in borghese per «essere come gli altri». Curioso, però, nella società dell’immagine e dell’apparire. Penso all’efficacia rassicurante delle divise dei poliziotti, la cui sola presenza in una strada tranquillizza gli onesti e scoraggia i malintenzionati. Anche la pubblicità del dentifricio è più efficace se chi lo consiglia ha un camice bianco.
Chi ha paura dell’aereo sa bene quanto conti lo spettacolo sereno della hostess (a patto che la si possa individuare). In tribunale, poi, anche l’avvocato che discute una causa di pochi soldi indossa la toga. Insomma, in un mondo in cui anche le commesse dell’Upim vestono un’uniforme, l’unico che ha in uggia la sua sembra essere l’uomo di religione. Quanto sia importante, invece, lo si vede nella severità con cui i regimi atei la vietano.
Ai tempi in cui si rischiava la ghigliottina era giusto travestirsi; oggi si rischia solo qualche fastidio da parte, che so, di giovinastri ideologizzati o di mendicanti importuni o di psicolabili petulanti. E, se uno non sopporta i fastidi, fare il prete non è obbligatorio. Qualcuno dice che senza è più comodo. Sarà, comunque esistono in commercio le «taglie forti». L’abito non fa il monaco?
Questo era vero nel Medioevo, quando nelle università (corpi ecclesiastici) si portava anche la tonsura. Infatti, gli eretici Fratelli del Libero Spirito erano detti anche turlupins perché vestivano talvolta sforzosamente ed altre di stracci, talvolta indossavano la veste di una certa corporazione oppure si presentavano con altri segni: nella loro dottrina antinomica si credevano superiori al peccato, dunque potevano permettersi tutto. Padre Pio, sentito di certi giovani frati che, entusiasti del «rinnovamento» conciliare, facevano le bizze per il saio, diceva: «Cacciateli. Ecchè, sono forse loro a fare un piacere a San Francesco?».
Più sottilmente, Pio XII, parlando a un congresso di operatori della moda, così esordì: «Da come uno si veste si capisce che cosa sogna». Paradosso: sembra ormai che solo i sospesi a divinis tengano all’abito.
 
Rolando Rivi. Quando l’abito fa il Martire

Quando uscì il film Sister Act ne rimasi divertito era carino, la musica divertente. Durante un ennesimo passaggio televisivo del film di successo ero a casa di mio nonno che subito mi impose di cambiar canale; poco male: quel film l’avevo visto e rivisto. Poi però pensai al perché lui fosse rimasto turbato: era tormentato dai ricordi. Non amava parlare delle cose brutte, specialmente coi nipoti. Durante la guerra civile spagnola -che vide schierato, questo va chiarito senza false ipocrisie, il male (comunisti, anarchici, socialisti e delinquenti comuni che fruirono di mirate amnistie concesse dal governo repubblicano) contro il popolo spagnolo, contro la religione cattolica, contro l’arte e i valori della storia- il martirio di clero, religiose e religiosi assurse a livelli di eroismo di Fede forse paragonabili solo ai tempi antichi delle grandi persecuzioni anticristiane. Morirono in migliaia (tra cui anche alcuni vescovi) nelle sofferenze più atroci: arsi vivi, linciati, impalati, seviziati, evirati, violentati, crocefissi. In quel tempo i “portatori di libertà” fucilavano anche le statue della Madonna e dei Santi, si profanava ogni cosa. Ma, per non perder di vista l’argomento: l’abito. Fu ferocemente bandita la caccia all’uomo con la talare e alla suora… l’abito non come sfida ma come testimonianza; non come strumento per ottenere rispetto e favore ma come palese simbolo di appartenenza alla Chiesa di Cristo. Irridere, umiliare, bestemmiare e profanare era una delle armi del male; oggi (il male) s’è fatto ben più astuto e sottile tant’è che all’abito ci rinunciano proprio gli eredi e successori di coloro che lo difesero a costo della vita. Una bellissima storia di candore e integrità è quella che riporto qua di seguito. Un bambino ha insegnato a tanti e oggi insegnerebbe a tanti, anche porporati, che abbacinati dalla superficialità dei nostri tempi umiliano il loro ruolo di consacrati. Solo un’ultima nota: un sacerdote in un centro commerciale della mia città spingeva sciattamente il carrello della spesa in ciabatte maglietta bianca e pantaloni da mare. Tanta tristezza, tanta, tanta tristezza.
F.T.

Rolando Rivi nacque il 7 gennaio 1931 nella casa detta del Poggiolo a San Valentino, un piccolo borgo vicino a Castellarano in provincia di Reggio Emilia, da Roberto e Albertina Canovi.

  Il giorno dopo la nascita i genitori lo battezzarono con il nome di Rolando.
  Prima di uscire dalla chiesa, lo portarono all’altare della Madonna e gli diedero anche il nome di Lei, sicché il piccolo si chiamò Rolando Maria Rivi.


  La famiglia del ramo materno era nota nella zona per l’onestà, la laboriosità e soprattutto per la forte fede cattolica ed era soprannominata «i Pater», in riferimento al «Pater noster», che essi recitavano spesso con la corona del rosario tra le mani.
  Il padre di Rolando, Roberto, militante dell’allora gloriosa Azione Cattolica, era anch’egli molto religioso, assiduo alla santa Messa, che frequentava con devozione particolare secondo l’invito del santo Pontefice Pio X.
Rolando era un bambino sano ed esuberante.
  Proprio questa sua vivacità metteva talvolta in ansia i genitori e la nonna, che meglio di altri ne aveva intuito il temperamento, ed era solita dire: «Rolando, o diventerà un mascalzone o un santo! Non può percorrere una via di mezzo...».
  Nel gennaio 1934 morì il parroco di san Valentino don Iemmi e nel maggio dello stesso anno giunse come nuovo parroco, don Olinto Marzocchini, che aveva allora 46 anni.
  Sacerdote zelante nel suo ministero, divenne per il piccolo Rolando un fondamentale punto di riferimento.
  Quando assisteva alla Messa, il piccolo non perdeva un gesto del sacerdote e seppure molto piccolo cominciò a fare il chierichetto.
  Don Olinto era un prete vero: passava lunghe ore in preghiera davanti al Santissimo, curava meticolosamente il catechismo dei fanciulli, istruiva i chierichetti per il servizio all’altare e aveva messo su un coro per dare solennità alla liturgia.
  Fu anche attraverso di lui che Rolando imparò ad amare Gesù e a scoprire che abitava, vivo, nel tabernacolo.
  Nell'ottobre 1937 Rolando iniziò le scuole elementari.
La sua maestra, Clotilde Selmi, donna molto devota anch’essa, parlava spesso di Gesù ai bambini e sempre li invitava all’adorazione eucaristica.
  In parrocchia la catechista di Rolando era Antonietta Maffei, delegata dei fanciulli di Azione Cattolica che preparava con scrupolo le «adunanze settimanali» (come si chiamavano allora).
  Anche grazie a loro Rolando fu ammesso a ricevere l’Eucaristia subito, a giugno, perché era tra i fanciulli che si erano preparati meglio e più in fretta.
  Ne provò una grande gioia e il 16 giugno 1938, festa del Corpus Domini, ricevette per la prima volta Gesù.
  Le testimonianze concordano sul fatto che dopo la prima Comunione Rolando era cambiato.
  Pur rimanendo un ragazzo vivace, i familiari notarono in lui una maturazione profonda, che si accentuò dopo aver ricevuto la Cresima, il 24 giugno 1940.
  Era solito accostarsi tutte le settimane alla Confessione e alzarsi prestissimo la mattina per servire la Messa e ricevere la Comunione, invitando anche i compagni a fare altrettanto: «vieni - diceva loro - Gesù ci aspetta. Gesù lo vuole!».
  Riferiva che il sacerdote sull’altare, quando consacrava il pane e il vino, gli appariva grande da toccare il cielo.
  Fu così che la chiamata al sacerdozio si fece via via più intensa, accompagnandolo per tutto il ciclo delle scuole elementari, fino a quando a 11 anni lo disse in casa: «Voglio farmi prete, per salvare tante persone. Poi partirò missionario per far conoscere Gesù lontano, lontano».
  Entrò nel Seminario di Marola nell'autunno del 1942 e come si usava a quei tempi vestì subito l’abito talare.
Ne era fiero e fu anche questo amore per l’abito talare a segnare la sua fine...
  Nel periodo trascorso in seminario il ragazzo si distinse per diligenza, mantenendo sempre ferma la decisione di diventare sacerdote.
  Quando tornava a casa, aiutava i genitori nei lavori in campagna e in chiesa suonava l’armonium, accompagnando il coro parrocchiale nel quale cantava anche suo padre.
  Intanto la guerra si faceva via via più aspra, anche perché proprio in quelle zone massiccia era la presenza di formazioni partigiane, formatesi dopo la caduta del fascismo e la tragica esperienza dell’8 settembre del 1943, che aveva portato all’occupazione da parte tedesca della penisola.
  A parte gruppi minoritari di cattolici democratici, le fila partigiane erano composte da comunisti, socialisti, azionisti, tutti accomunati da una forte ideologia anticattolica.
  La frangia più estrema, quella comunista, non si limitava a combattere i tedeschi.
  Vedeva nel clero un pericoloso argine al proprio progetto rivoluzionario.
  L’anticlericalismo diventò violento e si fece via via più minaccioso.
  Quando nel 1944 i tedeschi occupano il seminario di Marola, tutti i ragazzi dovettero rientrare alle loro case, portando con sé i libri per poter continuare a studiare.
  Rolando continuò a sentirsi seminarista: oltre a studiare, frequentava quotidianamente la Messa e la Comunione, recitava il rosario, pregava, faceva visita al Santissimo Sacramento.
  Nonostante fosse stato consigliato diversamente, non smise mai di portare il suo abito religioso: i genitori, infatti, gli dicevano: «Togliti la veste nera. Non portarla per ora ...».
  Ma Rolando rispondeva: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela». Gli fecero notare che forse era conveniente farlo in quei momenti, così insicuri.
  Replicò Rolando: «Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù».
  Un atto d’amore che pagherà con la vita.
  A San Valentino dapprima fu preso di mira il parroco don Marzocchini.
Una mattina si venne a sapere che durante la notte precedente, alcuni partigiani l’avevano aggredito e umiliato.
  Poiché già altri sacerdoti (don Luigi Donadelli, don Luigi Ilariucci, don Aldemiro Corsi e don Luigi Manfredi) erano stati uccisi dai partigiani comunisti, don Marzocchini fu spostato in un luogo più sicuro e venne sostituito in parrocchia da un giovane prete, don Alberto Camellini.
  Il 1 aprile, tuttavia, don Marzocchini volle ritornare in parrocchia a San Valentino, ma al suo fianco rimase il giovane curato don Camellini, verso il quale Rolando aveva dimostrato subito grande simpatia.
  Il 10 aprile, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto, il ragazzo era già in chiesa: si celebrava la Messa cantata in onore di san Vincenzo Ferreri e Rolando vi partecipò, suonando l’organo.
  Terminato il rito, prima di uscire, prese accordi con i cantori, per «cantare Messa» anche il giorno seguente.
  Uscito di chiesa, mentre i suoi genitori si recarono a lavorare nei campi, Rolando, con i libri sottobraccio, si diresse come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa.
  Indossava, come sempre, la sua talare nera.
  A mezzogiorno i suoi genitori l’attesero invano per pranzo.
  Preoccupati l’andarono a cercare.
  Tra i libri sull’erba trovarono un biglietto: «Non cercatelo. Viene un momento con noi. I partigiani».
  Il papà e il curato don Camellini, in forte ansia, cominciarono allora a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo.
  Frattanto Rolando, trascinato via dai partigiani in un loro covo nella boscaglia, iniziava la sua «via crucis».
  Venne spogliato della veste talare che li irritava, insultato, percosso con la cinghia sulle gambe e schiaffeggiato.
  Rimase per tre giorni nelle mani dei suoi aguzzini, ascoltando bestemmie contro Cristo, insulti contro la Chiesa e contro il sacerdozio.
Secondo alcuni testimoni sarebbe stato frustato e avrebbe subito altre indicibili violenze.
  Tra i rapitori pare che qualcuno si commosse, proponendo di lasciarlo andare.
  Ma altri si rifiutarono, minacciando di morte chi aveva fatto la proposta del rilascio.
  Prevalse l’odio per la Chiesa, per il sacerdote, per l’abito che lo rappresenta e che quel ragazzino non si era mai voluto togliere.
  Decisero di ammazzarlo: «Avremo domani un prete in meno».
  Lo portarono, sanguinante, in un  bosco presso Piane di Monchio (in provincia di Modena), dove c’era una fossa già scavata.
  Rolando capì che stava per morire, pianse, chiedendo di essere risparmiato.
  Con un calcio lo scaraventarono a terra.
  Allora chiese di pregare un’ultima volta.
  Si inginocchiò, poi due scariche di rivoltella lo fecero rotolare nella buca.
  Venne coperto con poche palate di terra e di foglie secche.
  La veste del «pretino» divenne un pallone da calciare; poi sarà appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina.
  Era venerdì 13 aprile 1945, ricorrenza del martirio del giovane sant’Ermenegildo (585 dopo Cristo). Rolando aveva quattordici anni e tre mesi.
  Per tre giorni i genitori e don Camellini lo cercarono lungo tutto quel tratto del crinale appenninico, finché alcuni partigiani li indirizzarono a Piane di Monchio.
  Qui incontrarono un capo partigiano comunista, cui chiesero: «Dov’è il seminarista Rivi?»
  Quello rispose: «È stato ucciso qui, l’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo».
  E indicò il luogo dove il giovanetto era stato sepolto il giorno prima.
  Don Camellini domandò ancora al partigiano: «Ha sofferto molto?».
  Quello, mostrandogli la sua rivoltella, replicò beffardo: «Con questa non si soffre molto. Non si sbaglia».
  Era la sera di sabato 14 aprile 1945.
  Raggiunto il posto dell’omicidio, il sacerdote non fece fatica a recuperare il cadavere del ragazzo, con indosso solo una maglietta e un paio di calzoni sdruciti, legati al ginocchio.
  Aveva due ferite: una alla tempia sinistra e l’altra sulla spalla in corrispondenza del cuore.
  Il volto, sporco di terra, era coperto di lividi; il suo corpo martoriato.
  Il padre si inginocchiò vicino al suo bambino e lo strinse, piangendo a dirotto, tra le braccia.
  Due contadini del posto fabbricarono alla bell’e meglio una cassa di legno.
  Don Camellini lavò il volto di Rolando, lo asciugò con il suo fazzoletto e lo compose nella povera bara.
  Era notte ormai, sicché solo la mattina dopo, seconda domenica dopo Pasqua, «Domenica del Buon Pastore», il corpo di Rolando fu portato in chiesa a Monchio, dove don Camellini celebrò la Messa per l’anima di Rolando.
  Alla presenza del padre Roberto e di don Camellini, il parroco di Monchio scrisse in latino sul registro parrocchiale l’atto di morte e di sepoltura di Rolando.
  «15 aprile 1945. Rivi Rolando, figlio di Roberto e di Canovi Albertina, celibe, di San Valentino (Reggio Emilia), qui, per mano di uomini iniqui, a 14 anni di età, alle ore 19, in comunione con santa madre Chiesa, rese la sua anima a Dio.
  Il suo cadavere, oggi, fatte le sacre esequie e celebrata la Messa, è stato sepolto nel cimitero parrocchiale».
(1)
  Il padre di Rolando e il curato di San Valentino tornarono mestamente al paese, a recare la notizia terribile alla madre che lì aveva aspettato invano.
  La terribile notizia si diffuse rapidamente in paese, lasciando la gente sgomenta di fronte a quella barbarie.
  A guerra terminata, una grande folla di parrocchiani martedì 29 maggio 1945, attese a San Valentino l’arrivo della salma, traslata in località Montadella.
  La chiesa accolse in silenzio e commozione il piccolo martire.
Ucciso in odio alla fede, la sua causa di canonizzazione ha dovuto attendere 60 anni, fino al 7 gennaio 2006.
  Quando il 25 maggio del 1945 il suo corpo era stato tumulato nel cimitero di San Valentino, le parole del suo parroco, don Olinto Marzocchini, erano state brevi ed intense: «Non bastano le nostre lacrime a piangere Rolando… Ma guardate a Cristo che è la resurrezione e la vita. Lui asciughi le lacrime dai nostri occhi».
  Questa la fede semplice di chi per essa era disposto a dare la vita, di chi in Cristo ci credeva davvero.
  «Era stato lui - è scritto in un libro distribuito in fondo alla chiesa dal "Comitato amici di Rolando Rivi" - a preparare quel trionfo al figlio prediletto, a quel ragazzo aspirante al sacerdozio, caduto innocente sotto il piombo di uomini empi, come i ragazzi e i giovani cattolici martiri in Russia, in Messico e in Spagna, nelle recenti persecuzioni sotto l’odio massonico e comunista». (2)
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Note:

(1) «Die decima quinta mensis aprilis 1945. Rivi Rolandus, filius Ruperti et Canovi Albertinae, statu celebs, e S. Valentino (Regii Lepidi) hic, aetate annorum 14, die 13 aprilis currentis, hora 19, per manus hominum iniquorum, in Comunione Sanctae Matris Ecclesiae, animam Deo reddidit. Cadaver autem eius, hodie, sacris persolutis exequiis, ac Missa celebrata, in coemeterio parochiali, sepultum est».

(2) Paolo Risso, «Rolando Rivi, un ragazzo per Gesù», Edizioni Del Noce, 2004.

di Domenico Savino
Tratto da: Effedieffe

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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