LIVORNO CREDENTE  
 
  CACCIUCCHI ALLA LIVORNESE 22/09/2017 04:23 (UTC)
   
 
Cacciucco alla livornese sulle cd. unioni di fatto
 
 
Ottobre 2010
Ancora un cacciucco alla livornese: le esternazioni di mons. Paolo Razzauti sul registro delle unioni civili.
Credo nel motto: Tractent fabrilia fabri che imporrebbe l’aurea regola che ciascuno tratti ciò per cui ha competenza. Dunque un sacerdote, foss’anche l’ultimo arrivato in Diocesi, deve sempre bene usare l’arma della Prudenza che, tra l’altro, è una virtù e del Consiglio che è un dono dello Spirito Santo.
Nessuno più oggi può esser ignaro del fatto che le proprie parole dette o scritte, offerte in pasto ai media vengano fagocitate e addirittura escano deformate in maniera mostruosa.
Questo dev’esser successo di recente sull’argomento del registro delle cd. unioni civili.
Siamo sicuri che il senso dell’intervento di mons. Razzauti fosse volto a chiarire che ad un cattolico non cale affatto di ciò che può esser scritto dall’uomo. In questo senso per il cattolico l’unico Matrimonio è quello tra uomo e donna elevato da Nostro Signore alla dignità di Sacramento.
Il resto è carta straccia.
Il problema è che se il mondo si nutre dell’errore, genera necessariamente una società deforme, asservita nei suoi principii, a ciò che il momento contingente suggerisca come opportuno o desiderabile o “al passo coi tempi” senza curarsi di dove i passi conducano. Questa visione è non cattolica, è anzi diabolica in quanto rovescia l’ideale sociale della vera Fede che prospetta una società che al posto di principii abbia i Valori cristiani e che si modella sull’insegnamento del Vangelo e della Tradizione: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto."(Rm. 12,2). 
 
Dunque la tolleranza, il rispetto.
Buon atteggiamento del cattolico verso il suo prossimo. Ineccepibile: verso chi erra, chi sbaglia, chi ignora; non verso l’errore né l’ignoranza. E’ questo il punto. Chi ha altissimo rispetto per il prossimo se non colui che gli mostra la Verità? Che tende la mano per sollevarlo dall’immondizia dell’errore?
Mi spiace per mons. Razzauti che vede quello che voleva essere un suo contributo all’insegnamento della sana dottrina cattolica evidentemente così deformato in significati non cattolici. Conformemente al Magistero per il cristiano il Matrimonio è solo nella forma sacramentale. Chi vuol far qualcos’altro lo faccia pure, ma è fuori dall’insegnamento cattolico. Chiaro semplice. Ma petto all’opera di giornalisti più propensi a favorire una parte politica che al servizio dell’informazione dei lettori forse un chiarimento sarebbe necessario e utile a dissipare il caos che è stato ingenerato; proprio a vantaggio dei fedeli visti dal mondo più come elettori da acchiappare con una rete abborracciatamente argomentativa, con una patacca di simbolo o con una chiassosa provocazione, cattolici che piuttosto van considerati come parte della Chiesa militante che qua, sulla terra, è in cammino e in lotta per guadagnarsi gli eterni contenti celesti.
 L. Moscardò
 
Cacciucco Bioetico alla Livornese
 
LivornoCredente non fa politica, non s’immischia nelle questioni dei partiti, neppure nelle decisioni delle Istituzioni Locali ma non si può esimere dall’osservazione del mondo in cui si vive e della realtà attuale che ci circonda; il Vescovo apre al mondo laico un confronto e i “laici” assieme ai loro collaborazionisti “cattolici adulti” gli sbattono in faccia subito dopo la porta con una delibera che oltre ad essere inutile dal punto di vista giuridico, esprime solamente, in virtù del pronunciamento di principio, un rifiuto del confronto con i valori cattolici e l’insegnamento della Chiesa e una tremenda disinvoltura dei “cattoprogressisti” a stravolgere a loro utilità politica il pensiero e le parole del Santo Padre.
Riportiamo al riguardo il comunicato dei “Cattolici impegnati in politica” che tra l’altro è stato sottoscritto a titolo personale dal Webmaster di questo sito (intendendo in questo caso “politica” molto lato sensu), poi riportiamo pure l’articolo tratto da Il Tirreno e, in relazione a quest’ultimo il nostro commento.
Buona lettura!
 
LETTERA DEI CATTOLICI IMPEGNATI IN POLITICA
 

Con riferimento all’istituzione del Registro per il testamento biologico, avvenuta nella Sala del Consiglio Comunale l’altro ieri in tarda notte, dopo breve discussione dalle sole componenti di sinistra e approvato senza il coinvolgimento di tutta le forze cittadine, noi cattolici vogliamo esprimere la vicinanza e soprattutto la piena condivisione nei confronti della misurata presa di posizione della Diocesi di Livorno.

«Un atto inutile e deludente», si legge nella nota diffusa dalla Curia vescovile, che non è di competenza degli Enti locali, che non ri­spetta i diritti dei più deboli. Si tratta di un atto privo di utilità giuridica «la cui ma­teria rientra nella esclusiva competenza del legisla­tore nazionale». Nel testo della mozione viene usata impropriamente l’espressione «testamento biologico», equiparata a definizioni come «testa­mento di vita o dichiarazione anticipata di tratta­mento o direttive anticipate o volontà previe di trat­tamento » e si dà legittimazione alla cosiddetta «eu­tanasia passiva», travisando i veri significati di que­sti termini e lasciando spazio a fin troppo libere in­terpretazioni.   La Diocesi teme, a giusta ragione, che alcune dichiarazioni di tratta­mento terapeutico possano essere fonte di pres­sioni psicologiche su malati e anziani da parte di fa­miliari o personaggi senza scrupoli e che quelle dichia­razioni “volontarie” siano strumentalizzate per secondi fini. «Suscita inoltre perplessità – continua il fermo comunica­to cattolico - la qualifica del “fiduciario” quale “soggetto chiamato ad intervenire sulle decisioni riguardanti i trattamenti sanitari”: non risulta infatti chiaro cosa significhi “intervenire” e in particolare quale efficacia e limi­ti possa avere tale intervento, né se l’espressione “sulle decisioni” si riferisca alle decisioni preceden­temente espresse dal paziente o nell’attualità della terapia, dal medico. In ambedue le ipotesi – osserva ancora giustamente la Curia – verrebbe pericolosamente enfa­tizzato il ruolo decisorio di un soggetto diverso dal paziente e dal medico». «La Curia livor­nese – prosegue la nota di cui ammiriamo il coraggio  esprime disapprovazione per il testo e per l’inutile lavoro di parte del Consiglio comu­nale e ribadisce il proprio biasimo per i cattolici im­pegnati in politica che si siano fatti promotori e sot­toscrittori di un simile atto, senza fra l’altro aver sen­tito neanche il bisogno di confrontarsi precedente­mente e per tempo, con la comunità cristiana. (…) Oltretutto in un tempo in cui la diocesi, attraverso il Progetto culturale e in particolare il Tavolo dell’Og­gettività sta riflet­tendo proprio sui temi della vita». Infatti mentre il grup­po del Pdl, compatto, abbandonava l’aula, la mozio­ne, proposta dall’Italia dei Valori, è giunta in Sala consiliare sottoscritta da tutti i Consiglieri del Pd che la votavano senza se e senza ma. “Anche in una città come Livorno, vi sono valori non negoziabili, dove è richiesta una limpida testi­monianza cristiana». Non tutto è lecito alla mediazione politica all’interno delle forze del governo locale e particolarmente su certi temi che riguardano la coscienza di tutti i cittadini. E ancora: «Nono­stante questo atto la dio­cesi continuerà a dialogare con tutta la città e con tut­te le correnti di pensiero in essa presenti; dispiace constatare – conclude il documento che condividiamo –  la mancanza di reciprocità: poteva essere questa una grande occasione di dialogo e di apertu­ra di una nuova stagione civile, dove sulle grandi que­stioni antropologiche ed etiche si preferiva la pazien­za della riflessione comune alla solitudine dell’ideo­logia e del calcolo di parte».

 

Ricordiamo noi agli esponenti "cattolici" del Pd locale che la Chiesa di Cristo non è un circolo culturale dove ognuno esprime le sue paturnie e poi rimane della propria opinione, ma è un corpo tenuto all'obbedienza. Non possiamo dirci cattolici senza seguire (come nel caso dei DICO) i dettami del Vescovo, del Santo Padre e di Santa Romana Chiesa, come un figlio dopo avere espresso le sue istanze emotive ispirate da cattive conoscenze, segue con fiducia l’insegnamento del padre, della madre, della sua famiglia.

 

Cattolici impegnati in politica

 

 
LETTERA DEI “CATTOLICI” d’area PD




IL NOSTRO COMMENTO

 

Intendiamo esprimere solidarietà e gratitudine al nostro vescovo mons. Simone Giusti per la fermezza e chiarezza manifestata in merito alla questione della delibera sul registro per il testamento biologico approvato dal Consiglio comunale di Livorno.

Al tempo stesso esprimiamo sconcerto, rammarico e preoccupazione non solo perché tale approvazione ha visto la partecipazione attiva e convinta di tutti i cattolici componenti la maggioranza politica che governa la città ma soprattutto per le ragioni addotte a supporto di un simile atto politico e per i toni e le argomentazioni rivolte contro gli altri cattolici dissenzienti e soprattutto conto il vescovo e la Curia.

In merito alla vicenda ed analizzando in particolare la lettera comparsa sulla stampa cittadina in data 27 ottobre intendiamo esporre le seguenti considerazioni.

 

·        Si cita male e a sproposito Benedetto XVI: intanto perché la frase riportata tra virgolette è palesemente contraffatta[1]; inoltre perché si fa riferimento alla visita del pontefice alla sinagoga di Colonia del 19 agosto 2005 e dunque rivolta non a dei cattolici (ai quali non è consentita avere “intime convinzioni di fede” che siano in contrasto con la divina Rivelazione”) ma a degli ebrei.

 

Aldilà della palese contraffazione delle parole del pontefice non riteniamo lecito mescolare i piani invocando il dovuto rispetto umano per ottenere la liceità di manomettere la dottrina e la disciplina cattolica come accaduto in questo caso. Liceità che non può consentirsi soprattutto a chi si professa e intende essere considerato pubblicamente cattolico.

 

·        Fare riferimento a “magisteri episcopali che ci hanno formato all'amore profondo per questa città e per la Chiesa livornese” è una aperta manifestazione di ostilità, di mancanza di rispetto e di sufficienza  rispetto a chi occupa oggi lo scranno vescovile.

 

Invocare l'immergersi nella storia non giustifica lo spirito di conformismo e di accomodamento rispetto a ciò che la storia propone di volta in volta. Dio si è incarnato nella storia per salvare l'uomo non per divinizzare il divenire storico.

A coloro che si pongono la domanda retorica” “se sono i soli a sognare comunità ecclesiali dove, senza dividersi, si abbia il coraggio e la libertà di esprimere anche un dissenso leale” facciamo notare che l'appartenenza alla Chiesa cattolica non è obbligatoria, mentre per chi è cattolico è obbligatorio in materia di fede e di morale professare quanto il magistero insegna. E chi, professandosi cattolico, non trasmette integralmente la dottrina cattolica è, ed è il meno che si possa dire, un fattore di divisione, il cui padre sappiamo chi sia.

 

·        Quanto alla lealtà, nella vicenda in corso, ce n'è stata davvero poca poiché mentre il vescovo attraverso il Tavolo dell'oggettività ha tentato di coinvolgere il mondo della medicina e della scienza per comprendere meglio nei particolari una questione che sul piano dei principi è ben definita (l’inizio e la fine della vita dell’uomo, sono solo nelle mani di Dio) costoro improvvisandosi, medici, scienziati moralisti e teologi hanno dato il loro consenso, anzi hanno apertamente perorato, la “battaglia” per il registro per il testamento biologico. Ad aggravare la gravità di tale atto, che si presenta apertamente come di sfida nei confronti delle posizioni della Chiesa Cattolica (più volte ribadite dopo il caso Englaro) e del vescovo Giusti, sta la consapevolezza della sua inutilità  giacché la materia giuridica è di pertinenza del Parlamento.

 

·        I nostri ci dicono che “la piatta osservanza non dovrebbe rallegrare nessuno”. Intanto dovrebbero spiegare perché se non la si pensa come loro o se si segue l'insegnamento della Chiesa si è piatti. Ma il problema fondamentale consiste qui in una totale incomprensione di ciò che la Chiesa cattolica ha costantemente insegnato e cioè che l'intelletto ha l'obbligo morale di cercare e trovare la verità delle cose e la volontà di dare assenso alla verità scoperta. La Chiesa nel suo magistero non inventa né produce sue “verità” ma si conforma ed invita a conformarsi alle Verità di natura attingibili dalla ragione e a quelle divinamente rivelate conoscibili per fede. Per questo la Chiesa è Madre ed è Maestra. Se si perde questa dimensione il cattolicesimo non può che farsi sommergere dalla marea soggettivistica e relativistica di cui questo documento è espressione vanamente annacquato da intenti “dialoganti”, da “riflessioni culturali” da “percorsi in grado di avviare riflessioni”, da complessità di saperi” che divengono “drammatici nelle coscienze”. Tra parentesi divengono effettivamente drammatici nelle coscienze quando la coscienza cessa di essere illuminata dalla retta ragione e dalla fede e finisce per avvitarsi su se stessa come si palesa anche in questa vicenda.

 

·        Sul dialogo come problema fondante per la Chiesa, citando Paolo VI, si compie l'ennesimo abuso che conferma la tendenza all'uso selettivo del magistero. Paolo VI ha parlato di innumerevoli cose tra cui problema del dialogo, ma anche in questo caso esiste un ordine di priorità che consiste nel comando di nostro Signore che non ha detto “andate e dialogate” bensì “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Ecco, Io sono con voi sempre, fino alla fine del mondo." (Mc 16,15-20). Un comandamento categorico che esclude incertezze e  soggettivismo.

E dal canto nostro faremo di tutto perché nel nostro servizio alla Chiesa la retta dottrina, il magistero siano conosciuti  e diffusi sempre di più nelle nostre parrocchie anche al fine di evitare il ripetersi di simili gravi e  spiacevoli circostanze.  

  • Due parole infine sulla questione del contendere, dette non da teologi né da scienziati, ma da semplici cristiani: che ne è del cristianesimo, la religione che si fonda sulle sofferenze del Giusto, dell'Innocente che paga per tutti noi, se rifiutiamo apertamente la sofferenza che Cristo ci ha invitato più volte a condividere con Lui? Che ne è del dolore come riparazione ed espiazione dei propri peccati o come offerta per amore di Dio e del prossimo? Che ne è della dottrina della comunione dei santi, di quel tesoro di Grazie che, ci piace pensare, ha consentito in virtù dei meriti di Cristo e di coloro che sono vissuti imitandolo fino agli estremi sacrifici di salvare enormi quantità di anime e forse anche le nostre? Nessuno di noi si augura la sofferenza, soprattutto se estrema, soprattutto se senza umana via d'uscita, neppure Cristo se la augurò, ma nell'orto degli ulivi seppe testimoniarci come vivere questi momenti pregando: “ Padre, se vuoi allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42).

 

[1]    Questo il testo riportato nel sito della S. Sede “Dobbiamo conoscerci a vicenda molto di più e molto meglio. Perciò incoraggio un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani: solo così sarà possibile giungere ad un'interpretazione condivisa di questioni storiche ancora discusse e, soprattutto, fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo. Questo dialogo, se vuole essere sincero, non deve passare sotto silenzio le differenze esistenti o minimizzarle: anche nelle cose che, a causa della nostra intima convinzione di fede, ci distinguono gli uni dagli altri, anzi proprio in esse, dobbiamo rispettarci e amarci a vicenda”. Questa la versione dei cattolici del PD “Noi cristiani abbiamo l'obbligo di rispettarci e amarci reciprocamente anche in ciò che ci distingue gli uni dagli altri  a causa delle nostre intime convinzione di fede”. [in neretto le parti manomesse].

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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